I Campionati Italiani di Scacchi per Corrispondenza – cronaca di un’epopea lenta e immortale
Scritto da Bersan Vrioni il 13 agosto 2025
Cronaca di un’epopea lenta e immortale
C’era un tempo in cui le mosse di scacchi non viaggiavano alla velocità della luce, ma al passo solenne delle stagioni.
Non erano lampi digitali, ma messaggeri di carta, che attraversavano pianure e montagne dentro buste trasparenti, portando con sé il respiro dell’attesa e il sapore dell’imprevisto.
Negli anni in cui l’IBCA (International Braille Chess Association) apriva ai ciechi e ipovedenti le porte dei tornei internazionali per corrispondenza, un seme germogliava anche in Italia.
E fu così che nel 1972, anno in cui nacque la nostra comunità, vide la luce la prima edizione del Campionato Italiano per Corrispondenza: un’arena invisibile, vasta come l’intero Paese, in cui i contendenti non si incontravano mai faccia a faccia, ma si riconoscevano attraverso il linguaggio eterno delle 64 case.
La lenta fucina dei campioni
Sedici edizioni, fino al 2003, hanno tessuto una trama fatta di pazienza e genio strategico.
Le prime sfide erano raccolte in un unico raggruppamento, pochi guerrieri in campo aperto. Poi, via via che i ranghi crescevano, la competizione si articolava in tre serie come i gradini di una piramide:
- Serie Eccellenza: il trono e la sua corona, dove si decideva il Campione e si rischiava l’esilio nella serie inferiore.
- Serie A: la porta verso l’Olimpo o la discesa in B.
- Serie B: la base del sogno, l’inizio della scalata.
Ogni raggruppamento, da quattro a sei giocatori, affrontava un doppio girone all’italiana: ciascuno sfidava tutti, due volte, invertendo i colori come in un duello d’onore.
Il viaggio delle mosse
E poi, il vero respiro di questa epopea: il viaggio della mossa.
Un cartoncino in braille, un indirizzo inciso e stampato, una busta trasparente che rivelava solo l’indirizzo del destinatario. Si scriveva, si sigillava, e la mossa partiva, affidata al ritmo implacabile delle Poste.
Dieci, quindici giorni per andare e tornare, e solo tre per riflettere e rispondere.
Era un gioco in cui il tempo non era un limite, ma un alleato: l’attesa rendeva ogni mossa più grave, ogni decisione più pesante.
Il campionato prendeva il via il primo gennaio e si concludeva, di solito, il 30 giugno dell’anno successivo, abbracciando ben 18 mesi di battaglie silenziose, mossa dopo mossa, in un dialogo lento e strategico.
Talvolta una partita non si concludeva in tempo. Allora una commissione di saggi — custodi del regolamento e del buon senso scacchistico — decretava se fosse patta o vittoria a tavolino.
I nomi incisi nella leggenda
Molti presero parte a questa lunga avventura, ma alcuni si elevarono al rango di leggende:
Mario Vaccani, Antonio Vismara, Antonio Zolet, Claudio Conti, Giuseppe Franco Pugliese
I loro nomi ancora riecheggiano come campioni di un’arte che univa strategia, tenacia e un rispetto quasi cavalleresco per l’avversario.
L’eredità eterna
Oggi, nell’era in cui le mosse attraversano il pianeta in un battito di ciglia, ricordiamo quell’epoca lenta e solenne come un patrimonio prezioso.
Perché quei campionati erano un rito, una liturgia silenziosa che insegnava la virtù dell’attesa e il valore dell’impegno costante.
Ogni busta che viaggiava da un capo all’altro dell’Italia era una piccola ambasciatrice di un’idea immortale:
gli scacchi non hanno bisogno di fretta per creare eternità.